Polvere di stelle


osservatorio_stelle-cadenti-i-desideri-pi-gettonati-degli-italianiEbbene, siamo polvere di stelle, chi più chi meno. Lo siamo tutti, in partenza, perché nasciamo nell’universo. Poi, indipendentemente dall’appartenenza ad una fede, accentuiamo o diminuiamo il nostro essere emanazione del divino attraverso la nostra religiosità.
Non può esserci equilibrio tra il sacro e il profano, se non in una sorta di yin-yang. Proprio la presenza contemporanea dei due estremi che si mescolano rafforza la vita e la rende non piatta.
A volte siamo coraggiosi, a volte no, perché dimentichiamo di essere aerei, di essere volatili, nel bene e nel male, volatili come un combustibile che può provocare un’esplosione o, quantomeno, un fuoco e poi, in circostanze di poco diverse, evaporare invisibile nell’aria.
Cosa è meglio? Come è meglio essere? Stare nell’aria senza zavorre oppure affondare nella terra per ritrovare sicurezza? Sembra una domanda sciocca, ma la risposta non lo è. Viene da dire “è meglio volare”, ma l’esperienza ci dice che “dipende”.
Il paradosso è che, quando si vola, lo si fa inevitabilmente da soli, mentre noi “terrestri” abbiamo imparato a darci la mano per andare oltre, insieme.

Con Gabo se ne va il Novecento


gabriel-garcia-marquez1Gabriel García Márquez, Gabo, il più grande scrittore del secondo Novecento, ci ha infine lasciati.

Un uomo straordinario capace di vivere una vita straordinaria e di scrivere pagine straordinarie. Pagine che sono patrimonio della cultura umana per tutti i secoli a venire.

Comprai Cent’anni di Solitudine in spagnolo nell’estate del 2000, desideroso di imparare la lingua di Cervantes, e lo divorai avidamente, dizionario alla mano, nonostante la mole impressionante.

García Márquez lo divori, sì, perché – a prescindere dalla lingua e dallo stile, incomprensibili ad esempio nell’Autunno del Patriarca – ti racconta storie che ti prendono e ti fanno entrare nel racconto da protagonista. Ogni grande scrittore lo sa fare, in fondo.

Gabo rappresenta per me la letteratura del secondo Novecento. Per questo dico che con lui, quel Novecento, se ne va definitivamente, archiviato tra i cassetti di un armadio di ricordi e di nostalgia.

Lo saluto così, come avrebbe scritto lui:

Adiós Gabo.

Carajo!

Sono tornate le rondini


rondiniSabato mattina, cielo color piombo su tutta la città. Preparo il mio caffè lungo che mi sveglia e mi dà quell’aroma e quel po’ d’amaro in bocca che ogni mattina mi incoraggiano.

Apro il balcone, come a voler cercare qualcosa a tutti i costi e, sì, stamattina non ci sono solo i ritmici garriti dei piccioni.

Ascolto.

Prima un pigolare, un canto lontano, poi, finalmente, lo stridere che amo, quello che mi dice che l’inverno è davvero passato.

Alzo lo sguardo.

Eccole, sono le prime rondini della stagione! Nidificheranno ancora, anche quest’anno, tra le vecchie travi, al riparo delle tegole di questa città e ancora, anche quest’anno, allieteranno le mie albe nel cielo azzurro d’estate.

Venerdì


Sono nato un venerdì di quasi quarant’anni fa.

Ho sempre amato il venerdì. Non è una specie di giorno fortunato, però. Piuttosto, è un giorno che mi ricorda a tinte vivaci quello che è la mia vita: amore e libertà.

Venere e Frida, dee dell’amore e della libertà nei pantheon antichi.

Ed è così, la mia vita è fatta di venerdì. Un immenso venerdì senza fine, dove tutto scorre inesorabile, in un’amore litigioso di sacro e profano e dove, per vivere, colgo attimi di eternità.

Verso Santiago


santiago_homeSantiago de Compostela.

Cosa è, cosa rappresenta? Io, ignobilmente, ci sono stato in macchina e ho perfino avuto l’occasione di dormire nell’Hostal de los Reyes Catolicos una notte della mia vita.

Poi venne Paulo Coelho e i suoi racconti. Arrivarono un giorno, in Germania, per puro caso, insieme alla storia dell’Alchimista, rigorosamente letta in romeno. Erano, quelli, giorni molto duri. Credo di averli superati grazie all’epopea del pastore Santiago e al suo cammino.

Coelho è affezionato all’idea di Santiago, tanto da aver scritto anche del Camino de Santiago in un altro libro.

Coelho ha i suoi limiti, non c’è dubbio, però ha spesso belle idee narrative.

La vita è fatta di molte cose, a volte sono alti e bassi, a volte cicli, a volte crescite, lezioni apprese e pugni nello stomaco, momenti di buio e di felicità. A volte serve un Camino de Santiago.

L’ho deciso ieri pomeriggio, di farlo. L’avevo già deciso anni fa, ma poi non ho saputo perseverare.

A dire la verità, dico da anni di essermi messo in cammino, eppure, ora più che mai, sento la necessità fisica di mettermi in marcia. Credo sia giunto il momento. Organizzerò il minimo indispensabile, andrò alla ventura, zaino e scarpe e due magliette. Forse un libro da leggere e di certo un taccuino per scrivere.

Partirò non appena potrò e starò via quanto sarà necessario.

Cosa auspico? Davvero nulla. Non mi aspetto un bel niente. Camminerò da pellegrino. Camminerò ogni giorno, solo o in mezzo alla gente.

La cosa strana è che, essendo già stato quasi vent’anni fa sulla tomba dell’Apostolo, so esattamente vedrò arrivando alla meta.

Quello che, invece, ignoro del tutto, è cosa troverò nel corso del viaggio.