La mano tagliata del gigante


Anversa, la mano tagliata del gigante

Vuole la leggenda che il soldato romano Brabone, dopo aver ucciso il gigante Duron Antigoon, gettò nella Schelda la mano di questi. Il luogo ricorderebbe, nel toponimo Antwepen, appunto la mano gettata nel fiume.

Anversa è una grande città del nord dell’Europa, con le sue case fiamminghe addossate l’una all’altra e sormontate da timpani baroccheggianti, simbolo di un’opulenza commerciale che, nonostante le guerre e gli stravolgimenti del tessuto urbano e sociale, non appare affatto tramontata.

Si tratta dell’Europa del commercio, quello vero, quello dei grandi scambi e dei pagamenti in diamanti, quello che da mezzo millennio, complice la cultura protestante e grazie a flotte di galere in grado di solcare gli oceani, caratterizza queste terre.

La mano del gigante tagliata sembra essere straordinariamente simbolica, allora, perché mi fa pensare al mondo “di prima”, fatto di molto nulla e costellato solo di praterie verdeggianti dove scorrazzavano indisturbati Duron Antigoon e i suoi pari, vivendo della natura nella natura.

Non sembra allora casuale neppure che Brabone fosse un soldato romano, portatore della cosiddetta civiltà, quella delle strade, delle città, delle rotte commerciali, degli scambi, del sistema monetario.

Lungi da farne un cavallo di battaglia politico, mi soffermo tuttavia sull’essenza di questa storiella, emblema di una trasformazione innegabile da un mondo epico e ancestrale, dove la realtà era intrisa di fantasia, ed uno pragmatico e grigio di colletti inamidati e cappelli neri, quasi fosse un quadro di Rembrandt.

La Grande Transilvania


Un tedesco è il nuovo Presidente della Repubblica di Romania. Non è un ossimoro, solo il sofferto riconoscimento di una scelta realmente democratica. Klaus Iohannis, evidentemente, tedesco è solo di nome. Egli è romeno come lo sono i cittadini romeni di etnia magiara, i tartari, i lipoveni e gli zingari. E come lo sono quelli di etnia, lingua e cultura romena.

In un’epoca di antagonismi e sfascismi, la Romania si presenta come un caso raro, anzi pressoché unico, di rivoluzione conservatrice. Un controsenso, questo, dettato dallo stato di prostrazione sociale totale di un paese europeo dove la corruzione e le oligarchie sono di gran lunga maggiori di qualsiasi altro membro dell’Unione.

La politica non ha soltanto rubato ma – quel che è peggio – ha avallato un sistema capillare di bustarelle che ha bloccato tutto, dalla macroeconomia fino a un bisogno elementare dei cittadini come la sanità.

A questo si aggiunge il problema complessissimo della diaspora, la fuga di massa della popolazione. Un quarto dei romeni non vive in Romania. Sono partiti a diverse ondate, ciascuna delle quali è stata caratterizzata da motivazioni profonde e molto specifiche.

Ieri notte, in tutta la Romania, si è scesi nelle piazze a festeggiare, come se la vittoria elettorale di un candidato di minoranza oppositore del blindatissimo primo ministro socialdemocratico Ponta fosse davvero una rivoluzione epocale.

Personalmente avevo sperato che la larghissima maggioranza parlamentare di Ponta avrebbe portato in tre anni di governo ad un ribaltamento della situazione sociale interna ed internazionale dei romeni. Non è stato così, perché è prevalsa la cupidigia di una miriade di politicanti senza scrupoli che hanno fatto esclusivamente gli interessi delle loro tasche.

Come in Italia, mi direte. No, vi rispondo. L’Italia ha problemi molto diversi da quelli della Romania e anche una prospettiva politica assai diversa (benché incerta).

La mia grande speranza è, ora, che dopo le ansie e i liberatori festeggiamenti di stanotte, tutti i romeni e non soltanto i quattrocentomila che si sono messi in coda per tutta la giornata di ieri per votare nelle ambasciate all’estero, ritrovino i germi di un senso costruttivo di unità e solidarietà, ciò che prima il regime e poi la corruzione postcapitalistica hanno concorso a distruggere.

Riparta, dunque, la Romania dalla Transilvania del tedesco Iohannis e dia un segno che l’Europa è dei popoli e non di burocrati, banche e corrotti.

 

Ei fu


Pierluigi Modesti:

Ancora una volta, il ricordo di un personaggio che ha segnato i tempi e la storia.

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Napoleon Crossing the Alps

Napoleon Crossing the Alps (Photo credit: Wikipedia)

Cosa ha signigicato Napoleone per le dinamiche politiche, sociali e culturali del nostro mondo?

Più rivoluzionario di Robespierre, più reazionario dei sovrani dell’Ancien Régime. Risveglia il cuore dei francesi facendo intonare la Marsigliese e poi sposa la figlia dell’Imperatore per assicurarsi un posto tra le teste coronate d’Europa. Conquista tutto ma, in modo stranamente simile ad un suo triste emulo del secolo scorso, non riesce nell’impresa di prendere Russia ed Inghilterra.

Condottiero passionale e grande stratega.

Quando fu signore dell’Elba, ne fece un piccolo Stato ideale, certo, per l’ideale di Stato del primo ottocento.

Utopista? Ecco, questo, in fondo fu il piccolo còrso.

E, come l’illustre Tommaso Moro, anch’egli fu vittima della ragion di Stato, anzi, fu vittima di un’Europa litigiosa, bellicosa, retrograda, calcolata, che fece un paradossale fronte comune contro il nuovo che avanzava, per quanto contraddittorio esso fosse.

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Guernica


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Pablo Picasso, 1937, Guernica, protest against...

Pablo Picasso, 1937, Guernica, protest against Fascism (Photo credit: Wikipedia)

Si dice che Picasso, durante l’occupazione nazista di Parigi, fosse controllato a vista da ufficiali tedeschi ai quali il pittore usava regalare una riproduzione del suo celebre “Guernica“.
Uno degli ufficiali, un giorno gli chiese: “E’ una sua opera, maestro?”
Picasso rispose: “No, no, è vostra!”

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Patriota o macabro assassino?


Pierluigi Modesti:

E qui andiamo veramente a tanti anni fa, quando iniziai a scrivere sul blog…

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Appunto questa è la domanda che tutti, prima o poi, ci poniamo, viaggiando in Romania, sulla figura e sulla personalità dei voivoda Vlad di Valacchia, detto Tepes (l’Impalatore…) o più comunemente… Dracula!
Vissuto nel lontano XV secolo, presumibilmente tra Targoviste e Bucarest, quindi abbastanza lontano dalla nativa Sighisoara, in Transilvania, fu un convinto osteggiatore dei Turchi Ottomani che, all’epoca, ingerivano preponderantemente nella politica dei Balcani.
Tra storia e leggenda, divenne emblema dell’irredentismo valacco in un’epoca assai oscura, molto diversa dal luminoso Rinascimento italiano che negli stessi anni faceva risplendere le città della nostra penisola.
Immaginiamo, per quanto possiamo, questa Romania fredda e inospitale, costellata di castelli e cittadelle fortificate, ancora oggi visibili tra valli e monti della depressione carpatica. Immaginiamo anche battaglie medievali, cavalli, armature. Immaginiamo gli emissari della Sublime Porta, avidi di raggiungere il contatto diretto con Vienna per minare le fondamenta dell’impero nemico: guerrieri e ambasciatori, adorni di…

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