Vecchi e nuovi razzismi d’Italia


Col di Lana

Col di Lana (Photo credit: Wikipedia)

Sentiamo continuamente parlare di come gli italiani siano divenuti razzisti per colpa dell’immigrazione. Questo è divenuto addirittura un leimotiv dei media nostrani che meglio sarebbe se si occupassero di pacificazione, invece che di buttare benzina sul fuoco.

Vi racconterò allora una storia di circa cento anni fa, che la dice assai lunga sulla propensione dei nostri cari italiani alla tolleranza e al rispetto del prossimo – sì, proprio quello, che nella culla del Cattolicesimo, dovrebbe essere la priorità morale.

Parliamo di Grande Guerra e, in particolare, di Fronte Orientale, quello della Vittoria nella Battaglia del Piave del 3-4 Novembre 1918, ma anche delle nefandezze, come far esplodere i camminamenti austriaci del Col di Lana nella notte del 17 Aprile 1916, uccidendo indiscriminatamente tutti gli occupanti la fortificazione.

Ricordo che, anni fa, rimasi profondamente scosso dallo scenario lunare su ciò che resta del suddetto Col di Lana, ben visibile dal Pralongià, in Alta Badia, dove ero sugli sci.

Da allora, ho sempre avuto un’indole particolarmente revisionista sulle ragioni, i metodi e le conseguenze di quella tragica guerra di trincea.

L’ultimo dettaglio, aggiunto recentemente alle mie conoscenze su quell’epoca buia della nostra Europa è l’etimologia del dispregiativo crucco, usato, soprattutto qui al Nord, per indicare, in genere, i tedeschi.

In realtà, si tratta di un dispregiativo terribilmente barbaro: le prime linee dell’esercito Austro-Ungarico, infatti, erano costituite essenzialmente da soldati croati, anch’essi sudditi dell’Impero, al pari di trentini, triestini, transilvani, boemi.

Gli italiani li sbattevano in campo di concentramento. Li chiamavano campi di prigionia, a dire la verità, ma non erano tanto diversi dall’Auschwitz dei Nazisti.

I prigionieri croati, abbandonati e denutriti, gridavano kruh! kruh! – che significa pane! pane!

Ed ecco, tutti i tedeschi sono diventati crucchi… Che vergogna!

Eravamo razzisti e lo siamo rimasti. Di più, eravamo e siamo molto ignoranti, nel senso che disprezziamo senza mezzi termini qualunque apporto culturale, sociale o religioso provenga da chi è anche solo un po’ diverso da noi.

Noi, quelli che sapevano anche negare il pane a soldati di prima linea, loro prigionieri.

Roma dei giardini


Appia Antica 1

Appia Antica 1 (Photo credit: Luca Di Ciaccio)

Poche ore romane mi muovono a considerarne, quasi ce ne fosse di nuovo bisogno, la straordinarietà del clima, dal fresco ponentino della sera all’azzurro cielo del mezzodì.
Tra le strade semideserte di un sabato pomeriggio di primavera, mi soffermo ad ammirare la Roma dei giardini, dei parchi o, come si dice qui, ricordando tempi arcaici, delle ville.
Che verde, che aria.
E la sera, ancora, soffermarsi su un giardino di mezza periferia gremitoo di un’umanità serena nella sua miseria, così ignota al nord che mi ha da tempo adottato.
Nostalgia di questo luogo natìo che tanto poco, ormai, mi appartiene.

Il dissenso


San Paolo

San Paolo (Photo credit: Daniele Muscetta)

Tempo di Pasqua, la Chiesa ricorda, nell’avvincente narrazione luchiana degli Atti degli Apostoli, l’avventurosa epopea della prima evangelizzazione.
Pur conoscendo, da sempre, direi, il testo, solo ora mi sono reso conto di una questione molto sottile che è stata, verosimilmente, la disperazione e allo stesso tempo l’eccezionale fortuna di quei predicatori.
Si tratta della questione della regalità. La regalità di Cristo, evidentemente.
Già a noi sembra poco verosimile che possa venire un re a guidarci, imbevuti come siamo, nei pregi e nei difetti, di democrazia partecipativa. Figuriamoci come dovesse apparire quest’idea per un greco o peggio per un romano, abituati a personificare i re con corrotti satrapi o tetrarchi ellenistici.
Cosa assai diversa fu, però, per quel copioso sostrato sociale dell’Impero, fatto di schiavi, gladiatori, prigionieri, stranieri e subalterni di ogni genere, assai più familiari con l’idea giudaica della regalità.
In fondo, credo che questo sia uno dei motivi culturali che distinsero il Cristianesimo delle origini e che ne favorirono la diffusione.
Però che fatica dev’essere stata per san Paolo, incompreso e messo al bando tra il dissenso generale, ben prima  di essere perseguitato come sobillatore…

 

Ei fu


Napoleon Crossing the Alps

Napoleon Crossing the Alps (Photo credit: Wikipedia)

Cosa ha signigicato Napoleone per le dinamiche politiche, sociali e culturali del nostro mondo?

Più rivoluzionario di Robespierre, più reazionario dei sovrani dell’Ancien Régime. Risveglia il cuore dei francesi facendo intonare la Marsigliese e poi sposa la figlia dell’Imperatore per assicurarsi un posto tra le teste coronate d’Europa. Conquista tutto ma, in modo stranamente simile ad un suo triste emulo del secolo scorso, non riesce nell’impresa di prendere Russia ed Inghilterra.

Condottiero passionale e grande stratega.

Quando fu signore dell’Elba, ne fece un piccolo Stato ideale, certo, per l’ideale di Stato del primo ottocento.

Utopista? Ecco, questo, in fondo fu il piccolo còrso.

E, come l’illustre Tommaso Moro, anch’egli fu vittima della ragion di Stato, anzi, fu vittima di un’Europa litigiosa, bellicosa, retrograda, calcolata, che fece un paradossale fronte comune contro il nuovo che avanzava, per quanto contraddittorio esso fosse.

Centonovantadue anni fa, in un’isoletta dell’Atlantico, si spegneva per sempre. Eppure continuiamo a ricordarlo.

Ottantacinque anni


Ippolito Nievo (1831 - 1861), an Italian writer.

Ippolito Nievo (1831 – 1861), an Italian writer. (Photo credit: Wikipedia)

Vi siete mai chiesti come saremo da vecchi?

Ieri ho avuto un flash forward, ero al supermercato per comprare il latte a mia figlia, quando dietro me, alla cassa, si avvicina un signore alto, vestito abbastanza bene. Si capiva che doveva essere solo e che aveva vissuto i suoi anni: non era un vecchietto spento. Ironizzava sull’età, la sua e quella degli altri avventori.

Ha preteso di aiutarmi a svuotare il carrello. L’ho lasciato fare, un po’ perché è sempre bello collaborare, un po’ perché mi sono posto nei suoi panni, domandandomi davvero come sarò tra quarantasei anni.

Certo, in parte già mi ritrovo in molte cose in mio padre, che apprezzo molto più negli anni della sua vecchiaia di quanto non abbia fatto in gioventù – e probabilmente sarò come lui, come a sua volta egli assomiglia a suo padre e a suo nonno.

Mi torna in mente Filippo Neri, una delle grandi anime che mi hanno sempre ispirato, che ebbe la grazia di morire nella sua soffitta sopra la Chiesa Nuova contornato da tutte le persone care.

Cos’altro si può desiderare per portare a compimento la nostra vita? Perché la verità è che ho – abbiamo tutti – una terribile paura di restare soli, come l’ottuagenario del supermercato.

Eh sì, l’ottuagenario, come quello del romanzo di Ippolito Nievo, paradossalmente scomparso nel naufragio di un piroscafo civile, l’Ercole, mentre tornava dalla spedizione dei Mille. Aveva appena ventinove anni.

Mi è rimasta sempre impressa la sua storia, anche perché Il prato in fondo al mare, scritto dal pronipote Stanislao, è stato probabilmente il primo romanzo da adultoche abbia letto nella mia vita.

Orrore? È dir poco!


110819_ib_youth_skeet

110819_ib_youth_skeet (Photo credit: Joint Base Lewis McChord)

Apprendo davvero con sgomento del bimbo di cinque – cinque! – anni che, nel Kentucky, ieri ha ucciso a colpi di fucile la sorellina di due anni.

Lo sgomento deriva dal fatto che non si tratta di un incidente col fucile del padre o del nonno, come potrebbe pensarsi.

L’incidente, ammesso che di incidente si tratti, è avvenuto con il fucile del bambino! Eh, sì, perché nei civilissimi States, esiste un’azienda che incentra il proprio business sulla vendita di fucili calibro 22 regolarmente funzionanti, destinati ai bambini.

Elenchiamo le menti malate coinvolte nella tragedia? I genitori? La famiglia? La scuola? Il tessuto sociale? Un’azienda che produce fucili veri per bambini? Davvero non ho parole…

E mi è arduo perfino commentare, perché la notizia è talmente assurda da risultare incredibile, tanto che sono andato a verificare se davvero l’azienda produttrice esista.

Ebbene sì, esiste davvero. Il sito annuncia fiero, sotto la Star and Stripes, “Crickett, my first rifle“.

Mi torna in mente un’altra società incivile e violenta, quella dell’Unione Sovietica di venticinque anni fa, dove una mia amica russa poteva affermare con orgoglio di aver vinto il primo premio scolastico per lo smontaggio e rimontaggio del Kalashnikov

Ahimé, un’altra storia vera, purtroppo. E tuttavia vi si potevano trovare motivazioni ideologiche, nazionaliste, patriottiche, che so…

Il fatto odierno, invece, dimostra che in un quarto di secolo siamo tornati indietro, tanto, tantissimo.

Con il nostro vuoto etico, stiamo creando i presupposti per un futuro violento, fatto di giustizieri dal grilletto facile, talvolta anche dei semplici bambini a cui abbiamo preteso di strappare l’innocenza per i nostri scopi perversi.

Che diremo, quando vivremo tutti in una landa post-apocalittica regolata da Ken il Guerriero e dai suoi pari? Guardate che a Gaza o in Somalia è già così.

Depressione da congiuntivo


Stamattina sono rimasto molto perplesso nel leggere, sulla Stampa, l’intervento di uno dei politici emergenti della sinistra alle prese con un uso spiazzante del congiuntivo – roba tipo ‘se non avesse … Prima che si alzasse’.
Non, quindi, palesemente errato ma, senza dubbio forzato.
Poche pagine dopo scopro che una classe di una scuola elementare di Gela ha addirittura creato una sorta di comitato per l’uso corretto del congiuntivo nella nostra lingua.
Ben venga, mi sono detto, perché è così triste sentire le nostre classi dirigenti usare il medesimo lessico di Fantozzi.
Peccato, però, che questi bimbi saranno adulti solo tra vent’anni! Chissà se saprò pazientare…

Pace


peace | paz | ειρήνη | pace | frieden

peace | paz | ειρήνη | pace | frieden (Photo credit: debaird™)

Ειρήνη υμίν (Eirene umin o, forse, Irini imin) sono le due parole straordinarie – letteralmente Pace a voi – con cui Cristo risorto saluta, nel Quarto Vangelo, i suoi Apostoli. Non dice altro perché, probabilmente, non c’è altro da dire, perché questa è l’essenza della convivenza dell’umanità.

Sono parole che tendiamo a dimenticare continuamente, occultate da un mondo che si fonda sul contrasto, sulla polemica, altra parola di origine greca che, invece, viene da Πόλεμος, il démone della guerra.

La pace è, invece, costruttiva: nasce dal rispetto del prossimo, dall’apertura verso chi è in disaccordo con le nostre idee, verso chi è in difficoltà o, semplicemente, appartiene ad una cultura diversa dalla nostra.

Non è un caso – o pura eufonia – il fatto che mia figlia porti questo nome.